sabato 7 aprile 2018

La curva di Phillips post-keynesiana


Box 5.4: Una curva di Phillips orizzontale


La curva di Phillips è probabilmente una delle più note relazioni in economia. Tradizionalmente, essa collega il tasso di disoccupazione al tasso d'inflazione dei prezzi o al tasso d'inflazione dei salari. Più di recente, il suo significato è stato esteso per implicare una relazione positiva tra il tasso di utilizzazione della capacità produttiva e il tasso d'inflazione. Nel modello di Duménil e Lévy’s (1999), tale relazione positiva si presume che persista a lungo termine. Gli autori neoclassici solitamente presumono che la relazione positiva persista solo a breve termine, assumendo l'esistenza di una curva verticale di Phillips di lungo periodo al normale tasso di utilizzo (che corrisponde più o meno al tasso naturale di disoccupazione o al tasso di disoccupazione con inflazione stabile - il NAIRU [non-accelerating inflation rate of unemployment]).
La maggior parte dei post-keynesiani respinge il concetto di NAIRU, credendo che, se esiste, non è unicamente determinato dall'offerta e impervio alla domanda aggregata; anzi, i post-keynesiani mostrano persino un certo disagio con la consueta curva di breve periodo di Phillips, come illustrato nella seguente citazione:

Infatti, se è vero che esiste un NAIRU unico, questa è davvero la fine della discussione sulla politica macroeconomica. Al momento si dà il caso che non ci creda e non ci sono prove esista. E sono pronto a esprimere il giudizio di valore secondo cui tassi di inflazione moderatamente più alti sono un prezzo accettabile da pagare per una disoccupazione più bassa. Ma non accetto che sia una conclusione scontata che l'inflazione sarà più alta se la disoccupazione è più bassa.
(Godley, 1983, p. 170)

Un numero sempre crescente di studi empirici mostra ora che la curva di Phillips di breve periodo è non lineare, con un segmento piatto per tassi di crescita, tassi di disoccupazione o tassi di utilizzo della capacità di medio raggio, come illustrato nella Figura 5.3 (Eisner, 1996; Filardo, 1998). Questo intervallo piatto dove l'inflazione tende a rimanere costante, oltre alla letteratura sull'isteresi e l'idea che il NAIRU è attratto verso il livello reale di disoccupazione, come determinato dalla domanda aggregata - conclusione supportata anche da una meta-analisi di lavori empirici (Stanley, 2004) - implica che c'è molto spazio per la gestione della domanda e le politiche di piena occupazione. Mentre la maggior parte delle banche centrali odierne, in particolare la Banca centrale europea, indirizzano l'economia ad operare attorno al tasso di utilizzo um, ritenendo che questo sia l'unico tasso di utilizzo non inflazionistico, le banche centrali dovrebbero avventurarsi a testare le acque, come fece la Federal Reserve per un po', e spingere l'economia più vicino al tasso ufc mostrato in Figura 5.3.




Bibliografia

giovedì 1 marzo 2018

La nuova strategia della Sinistra

6' 36": «Noi opponiamo al voto utile il voto dilettevole.»



Riso amaro.


lunedì 19 febbraio 2018

Gli "antifascisti" al servizio del capitale: per non essere utili idioti rifiutate di (s)ragionare per appartenenza

Traduzione: Tira fuori la tua testa dal tuo culo. La vista potrebbe sorprenderti.
(Source.)


Una serie di commenti di Bazaar ripresi e organizzati su Orizzonte48 da leggere, approfondire e meditare: L'ANTIFASCISMO XENOFILO: "DIALETTICA" LIBERALE ANTIPOPULISTA (SEDARE LA LOTTA DI CLASSE)

lunedì 12 febbraio 2018

Debito pubblico: "divorzio" vs SME? Falsa dicotomia

Tratto da La spesa pubblica al bar dello Sport del 17 Maggio 2012:

[...] Sa quando è sorto il problema del debito? Glielo dico subito: dopo il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, effettuato come parte integrante del percorso verso l’Euro(pa), contestualmente all’ingresso nel Sistema Monetario Europeo. Perché? Semplice. Perché l’ingresso nello Sme obbligava l’Italia ad adottare una politica monetaria restrittiva (alti tassi di interesse) per “difendere” il valore del cambio. Il tasso di interesse reale ha superato il tasso di crescita e l’Italia ha cominciato a indebitarsi per pagare gli interessi sul debito. Vuole vederlo? Eccolo qua:

[...]

Tratto da Confidenze fra uomini (di sinistra)... del 5 Settembre 2013:

[...] L'uscita da sinistra consisterebbe, da quel che ho capito, in due cose: controllo dei movimenti di capitale, e indicizzazione dei salari per proteggere gli operai dall'inflazione. Dunque mi sembra di comprendere che io, secondo i collaborazionisti di sinistra, sosterrei la libera circolazione dei capitali, e sarei contrario all'indicizzazione dei salari!

Ti rendi conto?

Questi miserabili sono davvero ridicoli. Ho scritto un libro di 400 pagine per mostrare che la libera circolazione dei capitali è una parte importante del problema, in realtà la radice del problema, per poi spiegare come l'euro sia il principale strumento di questa libera circolazione, per affermare che bisogna rimettere delle regole, per dire di quali regole abbiamo bisogno, per fare una ricognizione del dibattito internazionale su queste regole. [...]

lunedì 5 febbraio 2018

Il fascismo spiegato ai PDdini e ad altri strani viventi…

Ultimo aggiornamento 10 Feb 2018

Partiamo da questo tweet:

La meditata sentenza di un piddino

Ignorare il nesso fra quelle fondamentali questioni e l'ascesa dell'estrema destra significa avere le idee molto confuse (o essere in mala fede). Procediamo con ordine.


In Blackshirts and Reds - Rational Fascism and the Overthrow of Communism di Michael Parenti, a pagina IX, CONTENTS - 1 RATIONAL FASCISM, si può leggere questa azzeccata descrizione dell'essenza del fascismo:

«Fascism historically has been used to secure the interests of large capitalist interests against the demands of popular democracy. Then and now, fascism has made irrational mass appeals in order to secure the rational ends of class domination.»

Ovvero:

«Storicamente il fascismo è stato usato per garantire gli interessi dei grandi capitalisti contro le richieste della democrazia popolare. Allora come oggi, il fascismo ha creato un irrazionale gradimento di massa al fine di garantire i fini razionali del dominio di classe.»

Oggi gli interessi del grande capitale finanziario internazionale, contro le richieste della democrazia popolare e —per forza di cose— nazionale, sono difesi dal PD e i suoi satelliti, come ora deve ammettere anche Fassina (e come Bagnai spiega da tempo).

La coalizione PD +Europa e frattaglie è nella sostanza liberista ed ha promesso nuove dosi da cavallo di austerità, storicamente causa preponderante nell'ascesa di nazismo e fascismo; si leggano ad esempio: a) Austerity and the rise of the Nazi party, liberamente scaricabile in formato pdf e b) The Guardians of Capitalism: International Consensus and the Technocratic Implementation of Austerity, liberamente scaricabile il pdf della versione working paper col più esplicito titolo The Guardians of Capitalism: International Consensus and Fascist Technocratic Implementation of Austerity. Il fascismo è un effetto, la causa è il liberismo; la nostra Costituzione del 1948 è antifascista prima di tutto perché stabilisce dei principi, a cui la politica economica di qualsiasi governo della Repubblica si deve attenere, contrari al liberismo (non entro qui nella diatriba sulla distinzione liberalismo/liberismo perché non essenziale al discorso).

Le condizioni che oggi permettono al capitale di imporre l'austerità nel nostro Paese sono state create dall'euro e dalle misure che hanno accompagnato la sua adozione (banca centrale "indipendente", libera circolazione dei capitali, ecc…; cfr. Il tramonto dell'euro) stabilite da trattati in spregio della nostra Costituzione (cfr. Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra costituzione e trattati europei).

Chi vuole provare a mettere fine alle politiche di austerità (e creare un consenso su un piano di uscita dall'eurozona o di gestione del suo disfacimento, dato che procedere ad una maggiore integrazione non è possibile e insistere su questa proposta porterebbe quasi certamente l'estrema destra al potere in Germania) deve farsi eleggere in un partito che a) ha buone possibilità di andare al governo e b) dà chiari segni di voler effettivamente cambiare la politica economica (candidare come indipendente Bagnai per usarlo solo come acchiappa-voti sarebbe un suicidio politico).

Se la Lega avrà la volontà e i numeri per rispettare le promesse elettorali (richiamo alla Costituzione: intervento dello Stato nell'economia a protezione del lavoro, delle pensioni, del risparmio e —di conseguenza— dell'imprenditoria piccola e media) potrebbe smorzare sufficientemente quegli impulsi irrazionali che, come scrive Michael Parenti, hanno storicamente portato parte delle masse a gradire il fascismo, strumento del capitale, contro i propri stessi interessi.

A me osservatore esterno, poco addentro nei meccanismi della politica, l'impresa pare ardua e gli esiti niente affatto scontati (perché legati agli equilibri di potere, nella coalizione e all'interno del partito stesso, che si verranno a determinare dopo le elezioni e durante le prime fasi di governo), ma chi sostiene che si può attendere tranquillamente il corso degli eventi evidentemente se lo può permettere e comunque fa il gioco del nemico (coscientemente o a sua insaputa non fa una grande differenza).

P.S.: riguardo la flat tax si legga questo articolo L’ingiusta progressività dell’Irpef, di cui evidenzio un passaggio di seguito:
«Si dovrebbe invece prendere definitivamente atto che l’Irpef è oggi un’imposta speciale su pochi redditi (lavoro dipendente e pensioni), in particolare su quelli che per loro natura sono poco mobili (rispetto ad esempio ai redditi da capitale) e percepiti al netto dell’imposta (cioè dopo l’esazione dell’imposta da parte del sostituto). Dunque, l’opposizione a riforme che prevedano una riduzione della progressività dell’Irpef dovrebbe essere motivata da argomenti che chiariscano la necessità di mantenere invece un prelievo personale così progressivo sui redditi da lavoro dipendente.
Riteniamo che, sotto un profilo di equità, queste ragioni non ci siano. È proprio la crescente specialità che sta caratterizzando l’Irpef a consigliarne la revisione in direzione di un’area di proporzionalità molto più ampia di quella attuale, anche senza giungere all’estremo di un’aliquota unica.
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